Quattro chiacchiere con Raffaella Cataldo

Cos’è la pedagogia non direttiva?

“Si definisce come pedagogia non direttiva il grande movimento di idee e pratiche educative e scolastiche nato nei primi decenni del Novecento, ad opera di grandi educatori quali Alexander Neill, Maria Montessori, Celestin Freinet -per citarne solo alcuni- e che tutt’oggi è diffusa in progetti scolastici ed educativi in tutto il mondo.

Nella pedagogia non direttiva, non c’è qualcuno che dirige il processo educativo, il quale è visto come un processo di crescita in cui tutti (adulti e bambini) sono protagonisti attivi, agenti di trasformazione, che si relazionano fra loro secondo la logica della libera scelta e della collaborazione, non secondo la logica del dominio e della coercizione.”

Perché parlate del disimparare?

“Disapprendimento è il procedimento inverso dell’apprendimento: dis-acquisire invece che acquisire, rigurgitare anziché assimilare, perdere anziché conquistare.

Disimparare quindi significa destrutturarsi, smantellare alcuni assunti e modelli, la cui validità è data per scontata perché trasmessa (per non dire imposta) dall’educazione, dalla scuola e dalla nostra cultura, storia.

Molte delle cose che abbiamo imparato nella nostra infanzia e anche dopo, sono schemi di pensiero e di comportamento che ci limitano. Per superarli, non basta imparare cose nuove e diverse da quelle imparate prima, spesso è essenziale disimpararli, al fine di non esserne condizionati.

Facciamo un esempio: una donna ha assorbito fin da bambina una cultura del parto ospedalizzato e medicalizzato. Quando entra in gravidanza, scopre tutta la visione del parto naturale, della possibilità di fare affidamento alle proprie forze vitali innate nell’accompagnare la nascita anziché vedere il tutto nell’ottica del pericolo e della malattia. Magari sceglierà di partorire in casa, si impegna nell’imparare tutte le conoscenze e le tecniche della nascita naturale… ma se non si occupa di disimparare lo schema profondamente instillato dentro di sé, e rimarrà un senso di paura, la sensazione di stare facendo qualcosa di anormale, pazzo, alternativo.”

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Come si può disimparare?

“Disimparare è un percorso di crescita personale, intimo, che avviene attraverso esperienze che ci trasformano. Un discorso non ci trasforma. Delle nozioni teoriche possono farci capire intellettualmente, ma rimarrà una separazione dal nostro comportamento. Attraverso l’esperienza, la nostra azione coinvolge tutti noi stessi, ci lasciamo toccare in tutte le parti di noi, e la crescita è integrale, a tutto tondo. Per questo motivo, Disimparando s’impara è un percorso esperienziale, fondato cioè sull’azione, sull’esperienza, e non sulla trasmissione frontale di nozioni.”

Qual è lo scopo della formazione?

“Dare la possibilità di dedicare del tempo a se stessi, nella convinzione che questo, noi stessi, è il fulcro e il punto di partenza di tutto nella nostra vita.

Dedicarci a noi stessi e darci tempo di crescere, svolgerci come essere umani. Riprenderci quel tempo che ci è stato rubato quando eravamo bambini. Riconquistare la vitalità che ci è stata sottratta dall’obbligo. Ritrovare la libertà mentale e creativa che è stata rinchiusa dentro i postulati indiscutibili dell’istruzione e della cultura sociale.

Ritengo che questa crescita sia un punto centrale per tutti gli esseri umani. Disimparare s’impara quindi è rivolto a tutti gli esseri umani in ricerca. In modo particolare, è dedicato a genitori, insegnanti, educatori, a chi insomma si rivolge ai bambini, perché in questo caso essere un buon punto di partenza è un dovere dato dalla vita.”

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Cosa si fa in “Disimparando s’impara”?

“Arte, educazione non direttiva e libertaria, educazione outdoor, comunicazione e relazione, tavole rotonde, giochi di gruppo, che diventano esperienze coinvolgenti, innescano un processo di destrutturazione, sostenendo la persona ad abbandonare schemi e modelli mentali e di comportamento legati alla coercizione, all’obbligo, al dominio assorbiti nella nostra infanzia.”

Perché una formazione? Per educare bene, non basta il buon senso?

“Penso che il buon senso sia un concetto troppo generico per affidarcisi così ciecamente.

Il buon senso personale dipende dalla nostra storia e dall’educazione che abbiamo ricevuto. Il buon senso di mio nonno, ad esempio, diceva che senza punizioni i bambini crescono storti, come gli alberi senza tutore.

Se un essere umano è sano, e non alterato nella sua natura da anni di coercizione e predominanza dell’adulto, allora il suo buon senso può essere positivo e veramente a servizio della vita.

Poiché nell’educazione è insita una legge del contrappasso, per la quale tendiamo a dare ciò che abbiamo ricevuto, a educare come siamo stati educati, penso che tutti noi, se vogliamo donare qualcosa di nuovo ai bambini, dovremmo prenderci tempo e spazio per rinnovarci.”

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