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Come diventare ricchi senza lavorare

Una possibile via di liberazione attraverso il rapporto col denaro

di Igor Niego

Forse a qualcuno potrà sembrare strano considerare proprio la gestione del denaro come una pratica spirituale; qualcosa, quindi, attraverso cui evolvere la propria interiorità.

A differenza di quelli che considerano la mancanza di soldi il motivo per cui non riescono a realizzare ciò che vorrebbero nella vita, per altri il denaro può essere invece un fedele angelo custode. Io potrei mettermi in questa categoria insieme a tutti quelli che, sebbene non abbiano rendite, il denaro non tiene in ostaggio chiedendo un tributo del proprio tempo troppo alto. Cosa è accaduto nelle vite delle persone che si sono sentite sempre generosamente protette e sostenute dal denaro pur non provenendo da famiglie danarose? Quelle persone a cui i soldi sono arrivati sempre nei momenti giusti, non appena stavano per finire? Solo fortuna? Incidentalità o sincronismo? Ho fatto esperienza del fatto che queste persone esistono e non sono così poche, e più riuscivo a vivere questa dimensione del denaro, più tendevo ad incontrarle per ispirarmi a loro e scoprire come fare a non rinunciare a niente di veramente importante nella vita, pur non disponendo di grandi cifre per realizzare i miei progetti. Sicuramente questo tipo di persone sono una minoranza rispetto alla media che sente la propria vita stretta nella morsa del denaro, ma forse il problema è che veramente ancora poche persone si concedono di concepirsi – prima di tutto interiormente – qualcosa di diverso dalla media. Così, continuando a limitare fortemente le possibilità che offrono i propri sogni, limitano l’aspirazione alla bellezza del vivere, aspirando più che altro al denaro, pensando che da esso scaturisca la bellezza. Io credo che sia più vero il contrario, che solo attuando tutta la bellezza della vita possa scaturire una concreta economia della felicità. Siamo nati e cresciuti nella dicotomia tra etica e denaro e questo ci blocca, perché il modello dominante ci ha insegnato che saperci fare col denaro significa interessarci molto di più all’utile raggiunto che a ciò che abbiamo vissuto durante il percorso che ci ha portato al risultato. Sono nato e cresciuto nell’idea che per guadagnare denaro dovessi essere disposto a rinunciare alle cose per cui provo piacere. Rinunciare all’essere in nome del fare.

L’invenzione del denaro ha avuto una sua evidente praticità nell’economia ma fin dall’inizio è stata contaminata da tutte le psicosi umane. Il denaro, privato subito del suo valore sacro, è diventato il simbolo della brama materiale, e questo è stata la sua condanna, e quindi anche la nostra.

Credo che il denaro sia un’entità che ha bisogno di essere onorata e lasciata libera da sentimenti di ansia, cupidigia, paure e sensi di colpa. Così il denaro potrà essere celebrato, per guarire e guarirci, potrà realizzare destini per l’umanità diversi da quelli a cui finora è stato relegato. La presenza di molto denaro è una particolare manifestazione dell’abbondanza, ma non l’unica, anzi spesso è solo una sua degenerazione. In realtà abbondanza e ricchezza sono un’attitudine dell’animo umano che può scaturire solo dal cuore e non è quantificabile in cifre. Piccole cifre di denaro possono portare grande felicità, prosperità e soddisfazione; per gli accumulatori seriali di denaro invece, grandi capitali non sono mai abbastanza. Se l’abbondanza non viene dal cuore allora si chiamerà avidità o attaccamento al denaro, che corrisponde alla miseria interiore.

L’abbondanza interiore è la facoltà di moltiplicare il valore di ciò che si ha a disposizione (valorizzare), senza concentrarsi su ciò che manca, ma godendosi al massimo ciò che c’è. Questo è il significato simbolico più importante del miracolo evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Potremmo così formulare la legge dell’abbondanza: “se tutti condividono ciò che hanno, tutti hanno di più” anziché “più tolgo agli altri e più ho per me”.

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Secondo una visione subdolamente “penitente” – molto più diffusa di quanto riusciamo ad accorgerci – la sopportazione della “sventura” di non avere molti beni materiali, è la “virtù del sacrificio” con cui il sistema economico dominante coltiva in noi frustrazione e schiavitù. Su questa frustrazione di massa si fonda il grande successo dell’industria pubblicitaria. In tempo di crisi economica il modello consumistico non viene messo in discussione più di tanto ma svolge ancor di più la sua funzione consolatoria. Basti pensare che, ad esempio, in tempo di crisi slot-machine, lotterie e scommesse aumentano i loro incassi (gli ultimi dati concessi parlano di introiti dal “gioco lecito” pari a 96 miliardi di euro all’anno solo in Italia).

Nell’era consumistica trasformare la cosiddetta crisi economica in regale povertà è il lavoro interiore più nobile, che passa attraverso la sovranità del proprio tempo, da sostituire alle varie forme di cattività che sono gli impieghi da lavoratore dipendente o da libero professionista. Anche la libera professione infatti, così com’è comunemente intesa, può essere considerata comunque una prigione in cui al carcerato viene data la chiave della cella. Evadere da questo meccanismo che rende sempre più clandestina una genuina ed etica attività di sussistenza ci richiede una capacità di reinventarsi che è la più grande opportunità della nostra brevissima vita.

Sono sempre di più le persone che hanno deciso di non esercitare un gran controllo sui propri flussi di denaro; piuttosto, con tanta gratitudine, si affidano ad esso e sentono di ricevere sempre molto. Tra questi ci sono professionisti che lasciano ottime carriere e grandi guadagni in nome di un diverso tipo di sicurezza più legata alla ricerca di se stessi. Vivere l’abbondanza in tempo di crisi vuol dire liberarsi di molti dei bisogni compensatori che il sistema economico dominante vuole farci credere che siano bisogni primari. L’attitudine alla condivisione è in realtà ciò che ci permette di disporre e usufruire di molti più beni di quanto il sistema economico basato sulla proprietà privata ci conceda. Per esempio solo iniziando a viaggiare nel mondo ho potuto scoprire quante siano le persone che hanno lasciato molte o addirittura tutte le sicurezze economiche per affidarsi alle proprie capacità di creare un’economia di sostentamento, muovendosi nel mondo anche per decine di anni e anche con tutta la famiglia, bimbi di ogni età al seguito.

Ad esempio ho percorso un pezzo del mio viaggio con una famiglia che ha sperimentato una particolare forma di nomadismo: in 2 anni di viaggio in Italia e in Asia, liberandosi di una casa propria con tutte le spese che una casa comporta, ha goduto, come ospite, di oltre 200 case diverse. Ditemi questa se non è ricchezza! Era una famiglia tutt’altro che indigente e disagiata, come molti potrebbero pensare. L’esperienza di conoscere a fondo questa famiglia mi ha insegnato che avere tempo per investire energie nelle relazioni umane può produrre molto più benessere che lavorare per guadagnare soldi. Soldi per pagarsi una casa che poi finisce per essere solo un dormitorio perché rimane molto spesso vuota 8/9 ore al giorno, ore impiegate per fare un lavoro che la maggior parte delle volte non piace a chi lo fa. Ma non è così normale fare un lavoro che non piace!

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Tutti nascono senza alcuna separazione da tutti i beni del mondo, ma in questo sistema economico, così scarso di spirito del dono e della condivisione, tutti imparano ad appropriarsi del denaro in modo competitivo, senza sapere che così facendo in realtà si stanno privando del vero benessere, trovandosi umanamente isolati, con l’unica compagnia dei propri soldi, pochi o molti che siano a questo punto non ha più importanza.

L’abbondanza è un’energia pulita, sacra, divina, creatrice e creativa, quindi non è mai la persona ad avere bisogno di soldi ma è l’abbondanza stessa che è naturalmente attratta da lei per riprodursi come si riproduce e si rigenera una foresta. L’universo non deve pagare la bollette a nessuno per la fornitura dell’energia. L’energia è intrinseca nella materia, così come la ricchezza tra gli uomini; basterebbe lasciare che si propaghi. Trattenere le risorse per commerciarle diffonde invece scarsità. Non c’è nessuna crisi, le ricchezze ci sono sempre solo che non arrivano alla gente.

Basta osservare la fioritura in primavera o un cielo stellato per comprendere quanto la natura sia tutt’altro che avara: trova il modo di rigenerare se stessa in maniera tale che il minimo impiego di energia realizzi illimitata prosperità. Una foresta si riproduce da sola, gratuitamente, così come potrebbe proliferare intorno a noi la ricchezza, ma ci vuole un approccio sereno e fiducioso verso l’economia del dono che è l’alternativa alla logica di scambio dell’economia mercantile nata parallelamente al patriarcato. Se c’è disponibilità di ospitare nella propria vita la prosperità, allora i soldi arriveranno sempre nella misura in cui servono, né un centesimo in più, né un centesimo in meno. L’importante è non identificare la quantità di denaro, e il potere che generalmente gli viene attribuito, con il successo o il fallimento di sé. Per far sì di non temere la mancanza di denaro è bello fare l’esperienza di vivere con meno soldi possibile, così come può essere utile fare esperienza di far passare tanti soldi per le proprie mani, ma con l’abilità di deviare dai percorsi obbligati in cui facciamo ricadere il denaro. I soldi non hanno alcuna valenza morale di per sé, assumono la valenza che viene trasmessa loro dalle mani di chi li muove in quel momento. Il denaro non è immorale, è amorale. Usando espressioni come il vil denaro o lo sterco del diavolo, continuiamo ad attribuire al denaro le peggiori caratteristiche dell’animo umano, e impediamo ai soldi di liberarsi di un significato con cui lo abbiamo troppo caratterizzato. Potremmo incominciare a parlare di denaro con un sentimento più tenero ed affettuoso.

E se invece pensassimo che il denaro non lo si può guadagnare, ma solo adottarlo per metterlo in rete, per immetterlo in un circuito di economia solidale? Che il denaro si può pulire pulendo il rapporto che si ha con esso? Che il denaro può essere trattato in modo giocoso e divergente come fa l’originaria innocenza dei bambini? Dimenticando l’aspetto giocoso della vita il denaro si prende gioco di noi, ci userà, e ci strumentalizzeranno tutte le persone che usano il denaro per dominare. Se liberiamo il denaro dal senso del dovere non dovremmo più pensare a come guadagnarlo, piuttosto penseremo a come attivarlo in maniera creativa per generare felicità. Il denaro si purifica cominciando dal fare sempre più attività di cui si prova desiderio e passione. Si purifica anche smettendo di usarlo come alibi per non cambiare il proprio stile di vita se si è insoddisfatti.

A livello individuale è solo il non sentirsi degni che respinge l’abbondanza. Andare a scoprire cosa c’è di nascosto dietro questa svalutazione di sé che porta scarsità materiale è un lavoro sulla conoscenza di sé, inizialmente molto scomodo perché ci mette in contatto con i nostri dolori rimossi, ma poi ci porta a guarire tutte quelle ferite emotive che ci tengono nella miseria.

E se ci liberassimo definitivamente da questa illusione di sicurezza materiale con cui il sistema economico vuole illuderci? Il lavoro finirà di pari passo al rapido sviluppo dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Una rete solidale di relazioni umane è l’assicurazione o la pensione più alta in cui possiamo investire. Io, come altri, ho inventato molte attività economiche che scaturivano direttamente dalle mie passioni, ed ho osato investire in progetti che non sapevo come sarebbero andati, perché nessuno prima aveva fatto qualcosa di simile. E se sempre più persone smettessero di andare in giro a cercare qualcuno che gli concedesse un impiego a patto di presentare titoli di studio, certificazioni o attestati? E se si incominciasse a dare più valore a ciò che uno veramente sa fare e ha fatto, visto che la burocrazia non ci riesce? E se smettessimo tutti di rinchiuderci in un lavoro fisso che non ci permetta di viaggiare per conoscere il mondo? E se ci guardassimo bene da questa strana consuetudine di lavorare 8 ore al giorno separandoci dalle infanzie sempre più precocemente istituzionalizzate dei nostri figli? E se non dovessimo più aspettare la concessione delle ferie per assaporare la vita? E se diventassimo tutti scollocati volontari per rompere ogni identificazione con il ruolo lavorativo in cui la mentalità dominante vorrebbe incasellarci? Non perdiamo l’occasione che ci offre la nostra vita di veicolare senza un secondo fine e attraverso il nostro esempio un messaggio evolutivo per l’animo umano. Anziché investire tanto nella pubblicità commerciale per i servizi professionali che offriamo, occupiamoci di divulgare attraverso il nostro operato i valori della vita che troviamo più urgenti; saranno coloro che diventeranno i nostri cosiddetti “clienti” a proporci delle forme di scambio sostenibili che consentano loro di usufruire della nostra arte di saper fare ciò che davvero ci ispira per entusiasmarci della vita. Non starete mica pensando che chi ci è riuscito sia un essere superiore agli altri o che sia casualmente più fortunato degli altri? Sono sicuro che chi vuole può cambiare, può sentire meno utopici i propri sogni nel cassetto, non ha scusa esterna a se stesso: può avere tempo e risorse per diventare strumento di prolificazione dell’abbondanza senza più lavorare, ma finalmente vivendo a pieno la semplicità della propria vita prendendosi cura di ciò che più ama fare. E così liberando sé, si incomincia a liberare il mondo, al punto che forse, un giorno, l’uso della moneta non dovrà per forza far parte di così tanti aspetti della nostra vita o, addirittura, si estinguerà del tutto.

Paese che vai, disimparando che trovi

A cura di Debora T. Stenta e Igor Niego

Siamo una famiglia del team di “Disimparando s’impara” che da più di un anno sta effettuando un tour di disapprendimento nel mondo. Viviamo il disimparare come routine familiare, mettendo in discussione con l’azione ciò che già avevamo ribaltato con il pensiero e col cuore, iniettando poesia e surrealismo nelle pieghe del nostro quotidiano.

La nostra rotta questa volta si è diretta verso una terra dove la tradizione filosofica, culturale, politica e spirituale è stata fortemente caratterizzata da “disapprendisti” doc. Ci troviamo in India, dove sono esistiti personaggi come Gandhi, Osho, Krishnamurti o Tagore, che hanno portato alla luce contraddizioni e bugie di certi assunti apparentemente indiscutibili con una nonchalance che farebbe impallidire il più sfrontato ed eretico pensatore occidentale.

Quando siamo partiti per l’India non ci aspettavamo tuttavia di trovare una cultura del disimparare così diffusa e accettata. Siamo addirittura capitati in una conferenza di “disimparandi” con oltre 700 persone, la Learning Societies UnConference, e lì abbiamo conosciuto una delle figure più significative di questo movimento, uno che ha disimparato ad essere plurilaureato ad Harvard, membro di UNESCO, consulente di UNICEF, Banca Mondiale, USAID e ancor prima rampante bancario di Morgan Stanley. Si chiama Manish Jain e ha fondato 18 anni fa ad Udaipur un centro chiamato “Shikshantar: Istituto Popolare per il Ripensamento dell’Educazione e dello Sviluppo”.

Manish ha una presenza forte e decisa; dietro un aspetto bonario e semplice si cela uno spirito ribelle, tagliente, molto raffinato. Abbiamo voluto qui tradurvi un frammento di una delle sue tante, preziose pubblicazioni intitolata “Riscoprire il proprio co-creatore dentro di noi”, che risale nientemeno che al 2002.

“Il nostro lavoro a “Shikshantar” consiste nel cercare di capire come sostenere il processo di disapprendimento. Abbiamo invitato diverse persone tra i 23 e i 40 anni da varie parti del mondo a condividere con noi le loro storie di vita. Abbiamo chiesto loro:

– Come ti è capitato di mettere in discussione le  “narrazioni” dominanti di progresso, successo, sicurezza, etc.?

– In quali modi resisti al paradigma distruttivo dominante militare/industriale e alle sue istituzioni di controllo del pensiero?

– Quali esperienze ti hanno aiutato a identificare il tuo potenziale, le tue abilità, la tua creatività, le tue domande, il tuo senso comune e la voce della tua coscienza?

– Cosa ti ispira a intraprendere nuovi esperimenti nella tua vita?

– Quali valori/sogni/relazioni sono importanti per te?

Finora abbiamo raccolto molte storie nelle quali le persone esplorano temi legati a crescita economica, profitto,  efficienza, nazionalismo, democrazia, scienza, tecnologie informatiche, esseri umani “educati”, natura umana, genere, religione, comunità, istituzionalizzazione dei bambini, etc. Queste persone riportano la propria esperienza nello sfidare gli stereotipi sull’Altro, e raccontano come si sono confrontate con la percezione dei loro limiti, di certe paure, insicurezze, egoismi e con il desiderio di competere e dominare gli altri.

Queste storie dimostrano chiaramente che non c’è un curriculum standardizzato per un attivista radicale. Il processo di disapprendimento è molto diverso e non prevedibile; un’esperienza che ha toccato profondamente una persona non ha avuto molto impatto su un’altra (o ha avuto un significato completamente diverso per un’altra), ma si possono comunque rilevare alcuni elementi comuni tra i diversi processi di disapprendimento di queste persone:

– hanno interagito da vicino con culture, contesti,  discipline dissonanti, con individui di varie generazioni e si sono confrontati con paradossi;

– hanno avuto una posizione nel sistema politico/economico/educativo sia da “interni” sia da “esterni”;

– hanno vissuto sia successi sia fallimenti (e sia come vincitori, sia come vinti) nel sistema politico/economico/educativo e hanno visto la sua arbitrarietà e brutalità;

– hanno dato fiducia e si sono basati sul proprio istinto e giudizio quando dovevano prendere decisioni, invece di seguire dottrine accettate;

– hanno avuto l’opportunitá di usare le loro mani e il loro cuore per imparare,  insieme alla loro testa;

– hanno avuto tempo e spazio per sbagliare e hanno ricevuto l’incoraggiamento per superare l’errore;

– hanno affrontato sia il supporto sia lo scoraggiamento da parte delle famiglie e degli amici più vicini.

È anche interessante e importante analizzare la loro esperienza scolastica. La maggior parte delle storie indica che queste persone generalmente si annoiavano a scuola; la scuola non riusciva a stimolare la loro immaginazione o a rispondere alle loro domande. Il risultato è stato che hanno iniziato a esplorare altri spazi fuori dalla classe, a volte da soli, altre volte con l’aiuto di un adulto. Hanno capito che potevano imparare molto di più da soli, con gli amici e con la Natura invece che in classe. Hanno anche compreso i limiti della frammentazione delle discipline e hanno iniziato a superare i confini tra le discipline da soli.

Alcuni hanno persino avuto esperienze negative a scuola. Hanno sfiorato la sua burocrazia restrittiva, le sue regole e le sue dure punizioni. Hanno realizzato che la scuola sopravvive a malapena alla propria retorica di apertura e democrazia. Hanno visto che era naturalmente ingiusta per quanto riguarda le sue politiche di inquadramento precoce e che era caratterizzata da discriminazioni razziali, di classe, di genere, di provenienza, etc.

Abbiamo anche provato a capire come un processo di disapprendimento ha contribuito al loro ruolo di co-creatori. Innanzitutto, questi individui stanno sviluppando le proprie domande specifiche, che danno nutrimento alle loro interazioni ed esplorazioni. Hanno smesso di pensare che c’è solo una risposta giusta ad ogni domanda, e si sono liberati di un modo di pensare lineare, riduzionista, meccanicista, a compartimenti stagni. Hanno iniziato ad apprezzare la bellezza della sfumatura e la necessità dell’ignoto.

Inoltre, sono in un processo di sviluppo delle proprie identità multiple. Hanno capito che l’individuo ha molti sé potenziali, capaci di manifestarsi in ambienti differenti.

Infine stanno sviluppando una profonda comprensione di cosa significa il dissenso, la resistenza, la non-collaborazione, l’autorganizzazione e la trasformazione. La ricerca senza sosta di soldi non è più al centro della loro vita. Ora hanno il coraggio di sfidare e/o rompere le regole esistenti (e persino interi scenari di sistema, se necessario), e hanno la saggezza di combattere le loro battaglie con cura. Vogliono assumersi nuovi rischi nella loro ricerca di nuovi modi di vivere”.

I numerosi scritti di Manish vanno dritti al cuore delle cose e contengono una sorta di gentile ferocia nei confronti delle gabbie nelle quali tutti, in varia misura, in vari momenti, ci ritroviamo rinchiusi, una disincantata compassione, che li rendono particolarmente efficaci.

Ma attenzione! Anche Manish, come noi, pensa che “disimparare non significa semplicemente rifiutare le bugie, rompere con modelli di pensiero sorpassati, liberarsi di relazioni oppressive etc. Non è un atto egoico. Ci sono, al contrario, anche molte dimensioni rigenerative del disimparare: autodisciplina, umiltà, perdono, compassione, conservazione, semplicità e saggezza. Il disapprendimento in realtà apre nuovi spazi per apprendimenti auto-diretti e co-apprendimenti. È un processo che implica il rivolgere lo sguardo sia verso l’interno sia verso l’esterno, viaggiando nell’ignoto, esplorando il proprio sé nella sua interezza”.

Lettera agli insegnanti da parte di un lucido sognatore

Cari insegnanti,

ognuno di voi, quando decide di varcare la soglia della scuola, si trova di fronte a un bivio: o fare una fine kafkiana, diventando un ingranaggio di un macchinario schiacciante e impersonale, o diventare un osservatore dell’ingranaggio, prenderne un po’ le distanze, per immaginare in quali altri modi potrebbe funzionare; risvegliare dentro di sé un impulso all’invenzione, finalizzato prima di tutto a salvarsi la pelle, e di conseguenza a trovare il modo di accompagnare i bambini alla prosperità e al benessere interiore.

Sì! Salvare la vostra vita psichicamente intendo, salvarla soprattutto dalla noia e da quell’agonia dell’entusiasmo che aleggia come uno spettro tra le cattedre, le lavagne, le lim, i registri, i ricorsi e le denunce dei genitori, i grembiuli, le valutazioni e i programmi ministeriali.

Io ho frequentato, professionalmente parlando, tutti i tipi e gli ordini di scuola, ma sono stato più a contatto con il mondo della scuola primaria.

Ho visto che nel lavoro dell’insegnante esiste un’opportunità enorme per reinventare se stessi e trasformare il proprio impiego in un’arte poliedrica e multiforme. Ciò che fa la differenza è quanto ognuno di voi riesca a realizzare un radicale cambio di prospettiva rispetto alla relazione tra adulti e bambini.

La “scomoda verità” è che la relazione con i bambini, per un adulto, può essere nutriente, e che i bambini in realtà hanno da dare al mondo più di quanto hanno bisogno di ricevere.

Da questa così impegnativa assunzione di responsabilità dipende se la scuola è un luogo dove si coltiva disagio in tutti coloro che vi entrano, oppure un infinito laboratorio d’umanità grazie al quale si può avere accesso al più ricco patrimonio umano di cui il pianeta dispone, ovvero l’infanzia. La scuola diventa quindi una specie di lama a doppio taglio, non benefica o nociva di per sé, ma a seconda delle persone che la vivono.

Nella mia professione di esperto e formatore ho lavorato con molti insegnanti; tra essi, in risposta a discorsi di questo tipo, molti mi direbbero: “Sì, ok, belle parole, sono d’accordo in teoria, ma applicare questi bei principi nella pratica scolastica è impossibile. I bei metodi all’avanguardia che si studiano alla facoltà di scienze della formazione sono irrealizzabili”.

Così moltissimi insegnanti chiedono istruzioni su pratiche immediate, attività da svolgere; vorrebbero applicare un manuale preconfezionato, una sorta di “Bignami del perfetto insegnante”, un libro di ricette istantanee con tempi, procedimenti e quantità. Altri invece sono maggiormente disponibili a mettersi in gioco in un percorso più duraturo, dove il destrutturarsi comporti un lavoro su di sé, dal gusto più forte e deciso. Un processo maieutico che aiuti a scorgere dentro se stessi delle possibili risposte alla crisi che la scuola sta attraversando.

Un percorso di questo tipo comporta tanti cambiamenti; anche solo, semplicemente, la volontà di prendere dimestichezza con linguaggi espressivi a cui magari non vi siete mai avvicinati: danza, teatro, musica, arte, poesia, circo, comicità, meditazione, artigianato, narrazione e tutte le forme di cura alla persona che a questi linguaggi sono legati. È impressa nel profondo di ognuno di noi ed in modo molto pervasivo l’idea che questi apprendimenti non siano veramente di competenza scolastica, o che le materie più “artistiche” contino meno.

Diceva Gail Godwin: “Un buon insegnamento è fatto per un quarto di preparazione e per tre quarti di teatro”: è importante che voi abbiate un approccio trasversale, che sappia spaziare cioè nelle varie dimensioni dell’esistenza. L’attenzione dei bambini non chiede altro che essere agganciata da prodezze del cuore, del corpo, dei sensi e delle emozioni e questo può essere emanato dalla vostra persona solo fondendo le discipline e le materie, stupendo e stupendovi, usando voi per primi canali espressivi e creativi.

Con una rivoluzione silenziosa, in modo un po’ piratesco, infilare un po’ di magia sotto banco, come se foste contrabbandieri di amore, in quei pochi interstizi di libertà che sono rimasti tra un obbligo ed un altro.

A lungo andare questi obblighi e restrizioni sono diventati comunque inefficaci, tanto da sgretolare gran parte della vostra autorevolezza di fronte ad alunni e genitori. Certo, c’è un codice di comportamento che il vostro ruolo di insegnanti vi impone perché siete all’interno di un’istituzione fortemente strutturata; ma è possibile stabilire con i bambini e i ragazzi una complicità segreta, intima, sottile, che sappia, se occorre, andare anche oltre le convezioni sociali. I bambini si appassionano allo studio perché si appassionano a voi, ma questo non sarà possibile se voi stessi non vi appassionerete prima a loro.

Non tradite mai questa complicità, fate in modo che assomigli sempre più ad una forma d’amore incondizionato; qualsiasi sia il “problema” che lo “studente” vi crea, cercate sempre insieme a lui strategie per eludere lo schematismo delle ormai inefficaci consuetudini scolastiche che incatenano la scuola, imprigionandola dentro se stessa. Gli insegnanti speciali, quelli che lasciano un segno, (ovvero in-segnano) sono spesso coloro che hanno vissuto esperienze piene di carica umana anche fuori dalla scuola, e che le hanno sapute portare dentro, che hanno arricchito la propria vita di bellezza e gioia, stimolando se stessi, prima che i propri alunni, con avventure culturali e umane.

È difficile concepire un nuovo atteggiamento, quando il vostro sistema psicologico ha ricevuto un certo imprinting. La scuola, come impianto fatto di riforme limitanti, di regolamenti insensati, di paure, va ad inibire proprio gli slanci più vitali che potrebbero rinnovarla.

Sopravvivere a tutto ciò significa trovarsi nuovi riferimenti, maestri sconosciuti o dimenticati, tornare bambini, mettere in discussione le apparenti aree di comfort in cui vi viene chiesto di adattarvi. Non è mai troppo tardi per riprendere a desiderare. Non è mai troppo tardi per cogliere le opportunità. Non aspettate di ammalarvi seriamente per mandare tutto all’aria, fatelo ORA!

Il vostro sguardo può tornare a cogliere le possibilità e non solo le difficoltà.

Per battere nuove piste ci vuole quell’ardore di trasgredire il grigio. Abbiate la forza di nuotare contro la corrente della burocrazia e a favore del fantasioso flusso del l’immaginazione infantile, lasciatevi ispirare soprattutto da esso.

Siamo in un’epoca cruciale, in cui per fortuna esiste un’ottima formazione anche in percorsi non accreditati, che non godono quindi di riconoscimenti dal mondo accademico. Ecco, la vera formazione la dovete trovare da soli. La notizia meravigliosa è che il panorama di offerte formative per la crescita personale, anche in Italia, è davvero formidabile.

I percorsi formativi che possono maggiormente giovare sono quelli che guardano oltre quel piccolo, restrittivo orizzontucolo all’interno del quale il meccanismo vorrebbe rinchiudervi, portandovi ad un appassimento interiore fatto di ripetizione quotidiana delle stesse procedure, degli stessi gesti, delle stesse frasi, delle prassi, dei protocolli, in attesa che la fine di tutto ciò arrivi da chissà dove, in attesa del pensionamento.

Investire nella formazione è una strada concreta per trasformare il vostro lavoro in qualcosa di più piacevole, per uscire dall’ottica del “sopravvivere”, dello stress come conditio sine qua non del vostro lavoro. E quando parlo di investire in formazione, non parlo esclusivamente di formazione in questioni di didattica, ma parlo magari di viaggi in culture lontane, parlo di espandere la vostra capacità relazionale, affettiva, emotiva ed empatica. Perché tutto ciò che vi serve per essere insegnanti più felici, è in realtà ciò che serve per essere persone più felici.

Occorre ampliare le vostre aspirazioni oltre i confini delle sbarre del cancello di scuola.

Non a caso, in alcuni paesi, perché gli insegnanti siano nel pieno delle proprie forze, possono prendere un anno sabbatico per ogni cinque di insegnamento; questo è ciò che occorre, come occorre che nella vita gli insegnanti abbiano più tempo libero per coltivare se stessi.

Quando non è così, allora resta o da fare di necessità virtù, o da vincere il terrore di cambiare, una volta ottenuto l’agognato “posto fisso”.

Quello dell’insegnante è uno dei lavori che maggiormente tende a cristallizzare quel tipo di diligenza attraverso cui la scuola costruisce l’obbedienza sociale. Un’obbedienza che tende a produrre immobilità anche dentro i vostri sentimenti.

Non sentitevi bisognosi di un “posto di lavoro”: lasciate che sia la scuola ad aver bisogno di voi, fate valere i vostri diritti, e forse scoprirete che avete più bisogno di uno “scollocamento creativo”, di “libertà di movimento”, di “sentieri irti e scoscesi”. Aiutate i bambini più iperattivi a trovare un loro posto in mezzo agli altri ma, vi prego, non spegnete quegli ultimi bagliori che saettano dai loro occhi. Se occorresse ridisegnare la mission dell’insegnante odierno allora consentitemi di suggerirvene una: custodire quella meravigliosa “selvaticità di pensiero” che i bambini incarnano con estrema maestria e naturalezza.

Igor Niego

Educazione? Disimpariamola!

Questo è l’estratto per il tuo primo articolo.

«La vita è un grande mistero e una meravigliosa avventura, penso che la cosa più bella della vita sia sentirsi vivi, vivendola».

Sentirsi vivi vuol dire tantissime cose, indiscutibilmente soggettive, ma volendo andare all’essenza della questione, penso che essere vivi abbia a che fare con l’essere presenti, attivi, luminosi, esprimendo la voglia e la gioia di vivere insiti nella biologia del corpo, nella salute, nella disposizione d’animo aperta e curiosa. Se dovessi rappresentare la vitalità umana con un’immagine, di certo disegnerei un bambino. Cioè un essere vivente sempre pronto alla vita, curioso, dinamico, attento a cogliere, mai stanco, aperto di vedute.

Il bambino del mio disegno però non può avere qualsiasi età. Perché, se osserviamo attentamente il mondo dell’educazione, sarà evidente che il bambino può rimanere vitale solo se e fino a quando gli adulti che si occupano di lui glielo consentono.

I bambini che possono crescere liberi, possono essere creature viventi vitali, cioè vivi nella vita. Esseri palpitanti, luminosi, accesi, interessati, non spenti, fiacchi, indolenti o affaticati. E questo non è un concetto che prendo a prestito da qualche libro di pedagogia: lo raccolgo dall’esperienza di genitore e insegnante, e anche di figlia, avendo avuto un padre cresciuto libero nelle aperte campagne del sud, il quale, grazie a questa formazione a cura di madre natura, è cresciuto come uomo vivace ed energico, propulsivo.

SONO VIVO, DUNQUE PENSO LIBERAMENTE!

Una delle caratteristiche della vitalità -sulla quale vorrei soffermarmi in questo scritto- è, a mio avviso, la predisposizione costante e scattante, a trovare svariate soluzioni ad un problema.

Questa capacità è stata denominata pensiero divergente.

Il pensiero divergente, o laterale, consiste nell’abilità di lasciare correre libero il nostro pensiero a cercare dati non catalogati, idee inedite, in tutte le direzioni, non solo quelle lineari dei rapporti causa-effetto. Si tratta, in altre parole, di un pilastro essenziale della creatività

Che la creatività abbia a che fare con la libertà di pensiero, è tanto evidente quanto sottovalutato o del tutto ignorato nel nostro sistema educativo. E poiché il corpo e la mente non sono divisi da un filo spinato dentro di noi, e l’essere umano è un meraviglioso capolavoro in cui il materiale e l’immateriale si uniscono come in una sinfonia, dovrebbe essere altrettanto evidente che la libertà di pensiero coincide con la libertà di movimento fisico, di azione, di parola.

Il pensiero divergente è definito come la capacità di trovare molteplici risposte ad una medesima domanda.

George Land e Beth Jarman, nel libro “Break point and beyond” presentano un test fatto su 1500 persone per verificare la capacità di pensiero divergente dell’essere umano. In questo test viene chiesto di elencare quante cose si possono fare con una graffetta, un fermaglio per tenere i fogli.

I bambini al di sotto dei 5 anni riescono a trovare anche più di 100 modi per usare una graffetta. Ma già a 10 anni, i bambini tendono a trovare 10, al massimo 15 modi di utilizzo.

Il nostro sistema scolastico infatti impartisce la conoscenza forzando l’apprendimento di dati attraverso la costruzione di percorsi di pensiero lineari e standardizzati.

Un bambino che non ha ancora imparato a costringere il pensiero su binari ritenuti giusti e dunque imposti dalla scuola, ha la libertà mentale di trovare come impiegare la graffetta attingendo anche a idee inedite, non convenzionali… ciò che chiamiamo fantasia e immaginazione. Ma quando l’apprendimento subisce la standardizzazione a modelli e tempi uguali per tutti, ecco che il pensiero inizia un processo di fossilizzazione, dovuto all’esercizio di immobilità mentale e alla quasi totale assenza di movimento libero, laterale.

In altre parole, a scuola impariamo che ad una domanda si risponde solo in un modo, e che quella risposta è scritta in una certa pagina del nostro libro. Basta ricordare quella, e saperla dire, e ottengo un bel voto, garanzia del fatto che ho imparato e sono pronto e capace per affrontare la vita!

E’ chiaro che nel nostro percorso educativo e scolastico, durante il quale dovremmo crescere e acquisire, perdiamo invece gradualmente qualcosa di essenziale e prezioso, che è collegato alla vitalità. Spesso se ne esce limitati, invece che arricchiti.

COME IMPARIAMO A SCUOLA?

Il problema non è solo cosa impariamo ma come lo impariamo.

Il nostro sistema educativo e scolastico trasmette nozioni e modelli di comportamento unitamente ad un univoco modo di apprenderli. Il sistema di valutazione e la strategia di premi e punizioni, non fanno che rendere ancora più unilaterale l’apprendimento. Sei valutato positivamente e quindi sei “giusto” o “bravo” solo se sei in un certo modo: tutti gli altri modi di essere o pensare o agire, sono sbagliati o gravemente insufficienti. Si finisce così per confondere l’apprendimento con l’obbedienza, il rispetto con la paura, l’interesse con l’ambizione, la sicurezza interiore con la rigidità, la fermezza con la costrizione, la prontezza mentale con la ripetizione, l’abilità con l’omologazione, la conoscenza con il ritenere a memoria, e l’intelligenza con il buon utilizzo pratico di quanto memorizzato.

Ma c’è di più. Il cosa e il come impariamo da bambini, condiziona inoltre la capacità di concepire come relativo e non assoluto il contenitore culturale e storico della nostra mente, e dunque la capacità di trascenderlo e considerare a pari di dignità altre culture e visioni del mondo.

Il nostro sistema scolastico è ancora impostato sul primato della nostra cultura, religione, economia: un’impostazione subdola, perché non dichiarata, e che passa per conoscenza vera quella che di fatto è un’interpretazione della realtà generata dalla prospettiva soggettiva di una singola cultura sociale, politica, economica e religiosa, e della sua storia.

Il risultato reale di un tale sistema di scuola ed educazione, è che ci si abitua ad imparare sempre di meno, poiché la disponibilità ad imparare è un’apertura a 360 gradi che viene ingabbiata, avvilita e spenta quando ci si convince che ad una domanda esista una sola risposta.

Ciò che si perde è la capacità di mettersi in discussione e in crisi, e di trasformarsi.

Una strada efficace per recuperare vitalità divergente, consiste, a mio avviso, nel disimparare i binari univoci instillati nella nostra infanzia che ci inducono a possedere conoscenze rigide, schemi di pensiero e comportamento, e quindi convinzioni, unilaterali, cristallizzate, incapaci di concepire o accogliere il nuovo.

COSA VUOL DIRE DISIMPARARE

In generale si tende a pensare che l’apprendimento consista in un’assimilazione di dati e conoscenze: più cose so e più ho imparato.

In realtà l’apprendimento sarebbe un processo molto più profondo, che ha a che fare con la trasformazione del nostro assetto neuronale e della nostra interiorità.

Ogni volta che impariamo davvero una cosa nuova, questa manda in crisi tutto il nostro assetto interiore, rivoluzionandolo. Ciò corrisponde ad una crescita, ad un cambiamento profondo della persona. Corrisponde alla scoperta di nuove potenzialità e alla loro conseguente fioritura e sviluppo.

Proprio qui sta il difetto del metodo unilaterale e lineare di apprendimento usato dal nostro sistema educativo: ci spinge ad assimilare più che a trasformarci, cioè ad apprendere in modalità “risparmio”: ci induce ad archiviare le nozioni nelle nostre banche dati interne già esistenti, catalogando i dati, anche se nuovi, assimilandoli a quelli vecchi. In tal modo si mantiene inalterato lo status quo interno, fissando un comfort interiore che di solito definiamo benessere… dimenticando che ciò che si fissa e si ferma, somiglia di più alla morte che alla vita.

Possiamo imparare quantità immense di nozioni, senza che questo corrisponda ad una reale trasformazione e crescita interiore.

Perciò, il concetto di disapprendimento vuole essere prima di tutto una provocazione al nostro stile di vita attuale: oggi pensiamo che più si impara e più si diventa capaci e adatti ad affrontare le sfide del lavoro e dei tempi, focalizzando l’attenzione su una necessità quantitativa di nozioni. Basti guardare quanto si sono riempiti di contenuti i programmi scolastici negli ultimi 20 anni.

Invece il focus è il modo in cui si impara: se non si cambia quello, imparare non ci tocca intimamente, rimane un processo estraneo e distante che non produce alcun cambiamento e contribuisce invece a mantenere inalterato il mondo dentro e fuori di noi.

Disapprendimento è il procedimento inverso dell’apprendimento: dis-acquisire invece che acquisire, rigurgitare anziché assimilare, perdere anziché conquistare.

Disimparare quindi significa destrutturarsi, smantellare, smuovere la fissità che ci condiziona, ci limita, ci cristallizza e ci toglie vitalità.

Disimparare, ancor più semplicemente, è un diversamente imparare, ossia apprendere in modo diverso, divergente.

Penso che disimparare, oggi, nel nostro contesto culturale e storico, sia un passo fondamentale per chi vuole onestamente crescere e realizzare le potenzialità immense connaturate alla vita umana. Per chi vuole vivere da vivo.

COME SI PUO’ DISIMPARARE?

Disporsi a disimparare vuol dire prima di tutto permettere che ciò che è diverso da noi provochi i nostri schemi mentali e il nostro stile di vita. E’ una scelta profonda di apertura. Essere curiosi, aprirsi e lasciarsi mettere in crisi. Essere disposti a perdere il nostro equilibrio interiore, per renderlo dinamico e non statico.

La chiusura che possiamo percepire alle novità, al diverso o all’imprevisto, è una delle barriere create per difendere la nostra zona di comfort interiore.

La vita ci offre occasioni meravigliose per abbattere queste barriere, la gabbia che restringe la nostra vita alle minuscole zone del conosciuto. I bambini, ad esempio, sono insuperabili nel portarci fuori dalla zona di comfort. Così come gli accadimenti inaspettati. Grandi gioie e forti dolori. Le perdite. Le conquiste. Gli altri esseri umani in genere. Sono tutte occasioni per crescere, nel senso di svolgersi e compiersi verso l’ignoto umano che ciascuno ha dentro di sé -ignoto che è un peccato, un’offesa alla vita, lasciare intatto e vergine, non godibile, ignorato.

Possiamo scegliere di gestire ciò e chi viene verso di noi, oppure di viverlo completamente. E viverlo significa trasformarsi e crescere.

Le difese del nostro status quo sono le più svariate, e si esprimono con un fraseggio tipico nell’adulto medio odierno: non ho tempo, sono una persona seria, il lavoro prima di tutto, non mi lascerò ingannare, sono più furbo di lui, se non ci guadagno non ne vale la pena, sono stanco, ho bisogno di soldi, lasciatemi in pace...

Ma ci sono anche difese che abbiamo imparato durante il cammino dell’infanzia, nella relazione con i nostri adulti di riferimento: nessuno mi capisce, sono solo, non valgo, non sono all’altezza, non me ne va una dritta, non posso, non merito, non sono amato, non sono bravo, sbaglio sempre, nessuno mi vuole, sono buono, sono cattivo… Fino ad arrivare alle difese dettate dalla cultura: sono femmina, sono maschio, sono normale, sono anormale, sono piccolo, sono grande, sono ricco, sono povero, sono brutto, sono bello, è giusto, è sbagliato, è buono, è male.

Di fronte ad una bambina che insiste per giocare con noi, possiamo difenderci dicendo: non ho tempo e non lasciarci rapire dal gioco. Possiamo rifiutare un’occasione dicendo non sono all’altezza, e non permettermi di ballare in pubblico perché non sono capace.

Così, la nostra zona di comfort rimane inattaccabile, mentre perdiamo l’opportunità di dire vediamo cosa succede adessoimpareròmi metto alla provarischio… fraseggio vitale e mentalità effervescente di chi è in movimento, e dunque libero e vivo. Per uscire dalla propria zona di comfort, occorre disimparare le proprie difese.

Certo, ci sono persone che fanno dell’apertura il loro slogan, e pare siano sempre disposte ad esperienze nuove. Ma ciascuno ha un punto inattaccabile, attentamente, per non dire strenuamente, preservato, ed è quello la zona in cui il disapprendimento è reale crescita.

Quei punti sono i pilastri su cui abbiamo eretto noi stessi, che sono tuttavia al contempo delle gabbie in cui ci siamo rinchiusi.

Da disimparare è senz’altro il dettame accademico secondo cui il vero apprendimento sia intellettuale. Dettame incarnato pesantemente nel nostro sentire, pensare, agire.

Se l’apprendimento non è controllabile e quantificabile, non è vero apprendimento: a dimostrarlo semplici fatti, come la gita scolastica che pare sia stata inutile se non è seguita dalla stesura di un tema in cui dimostro a parole di aver capito qualcosa con la mente.

L’arte è quello spazio incredibile in cui è l’esperienza al centro di tutto, un’esperienza di rapimenti ed espressione. Ma a scuola in genere sono tacitamente e fortemente considerate di serie B le materie artistiche: se uno studente va bene in italiano e matematica ed è pessimo in educazione artistica, automaticamente è bravo a scuola, e se è un vero talento nel disegno e non capisce nulla in italiano e matematica, è ovviamente un somaro.

Imparare con l’azione, data e ricevuta, è un percorso a tutto tondo, che coinvolge tutti noi stessi: l’esperienza ci tocca in tutte le parti di noi, e la crescita è integrale. La conoscenza che ne deriva non è catalogata nella mente, ma incarnata in noi; si tratta di una sapienza del corpo, dei sentimenti, delle mani e dei piedi, di cui si usufruisce per via istintiva, cinetica ed emozionale, affettiva, non razionale.

E’ destabilizzante, ma fondamentale avvalersi di questo tipo di apprendimento e di sapienza. Ci completa. Ci valorizza come persone. Ci realizza umanamente.

Un discorso non ci trasforma. Delle nozioni teoriche possono farci capire intellettualmente, ma rimarrà una separazione dal nostro comportamento. L’esperienza ha un potere di disapprendimento e apprendimento formidabile. Che genera pensiero divergente.

Disimparare è insomma un percorso di crescita personale, intimo, che riguarda le nostre scelte più profonde, e la nostra vita in generale. Che ci consente di ampliare lo spettro del vivibile nella nostra vita, individuale e di gruppo.

Perché, se trovare 200 modi diversi di impiegare una graffetta può essere più o meno utile, trovare 200 modi diversi di esprimere e vivere se stessi, può essere grandioso.

Raffaella Cataldo