Libere riflessioni sull’economia del dono

ovvero

DISIMPARARE IL SISTEMA ECONOMICO DI MERCATO

di Raffaella Cataldo

Premessa: tutti noi vorremmo fare dei cambiamenti ma poi non abbiamo il tempo di farli… Noi vi proponiamo un piccolo passo: trovare il tempo per leggere questo articolo. Fino in fondo.  Un minuscolo passo. Che può generare grandi cambiamenti. 
Dopo tutto sentire di avere tempo per fare le cose è una sensazione che ha a che fare con il sentirsi ricchi, ed è proprio di ricchezza che parla questo articolo…

Sono in viaggio in treno, fra le lamentele per il ritardo accumulato, che probabilmente per qualcuno significherà la perdita della prossima coincidenza.

Certo che è vergognoso! I treni se non sono puntuali non servono a niente!”

Si bè, capitasse una volta ogni tanto… è che ormai quasi tutti i treni sono quasi sempre in ritardo! Càpita tutti i santi giorni!”

Infatti! E viaggiare in treno oggigiorno costa un sacco di soldi! Fosse gratuito, vabbè… dico, se è gratuito, pazienza, non posso mica pretendere una certa qualità… ma io per viaggiare su questa Freccia ho pagato, e anche salato!! Se pago un servizio, esigo che il servizio sia efficiente! Che cavolo!!”

Mi distacco dalla conversazione e guardo il paesaggio scorrere dal finestrino. Sono stata colpita da alcune parole, e mi chiedo: perché il concetto di gratuito è legato ad un concetto di pochezza e scarsa qualità? Perché l’idea di un servizio offerto in dono, dà la sensazione di qualcosa che non sarà all’altezza di quel che viene invece pagato?

Più di una volta mi è capitato di accompagnare persone in passeggiata in natura. Più di una volta mi è accaduto di assistere ad una scena simile a questa: compare un cespuglio di rosa canina, o di altre bacche invitanti e commestibili.

Si possono mangiare?” chiede la bimba alla mamma

La mamma mi rivolge uno sguardo interrogativo

Si” rispondo, sorridendo “si possono mangiare”.

La bimba si serve, ne prende una manciata, e così la mamma.

Al primo boccone, la bimba cambia espressione: “Phua! Mamma, sono troppo aspre, non mi piacciono!”

Va bene” dice la mamma con serenità placidissima “buttale pure a terra, se non ti piacciono”

La bimba lascia a terra la sua raccolta.

E si procede senza alcuna preoccupazione.

Non posso fare a meno di pensare a come sarebbe stato diverso il comportamento di questa madre, se la bimba avesse chiesto di acquistare quelle bacche in un negozio di primizie. La mamma infila i frutti in un sacchetto e paga 7.99 Euro alla cassa. Uscite dal negozio, la bimba le assaggia e dice che non le piacciono… Non sarebbero certo gettate in terra e, alla luce di quanto sono costate, il fatto che non piacciano potrebbe diventare un piccolo problema, o generare una breve lezione materna sui temi della responsabilità e dello spreco.

Perchè l’aver ricevuto quegli stessi frutti in regalo dalla natura, dall’infinita generosità di un albero, e non averli acquistati, può modificarne il valore percepito?

dono-foresta

La mia riflessione galoppa: nel panorama della nostra economia, in genere, un prezzo basso è sinonimo di scarsa qualità, mentre un prezzo alto è sinonimo di alta qualità. Tuttavia, l’arte dell’acquirente consiste nel riuscire a trovare merce con un rapporto qualità-prezzo conveniente. Le strategie della vendita con profitto e dell’acquisto con risparmio, consumano molta parte delle nostre energie quotidiane, e della nostra creatività.

Ciò che è gratuito, se compare sul mercato accanto a ciò che viene normalmente pagato, viene guardato con sospetto, ci fa torcere il naso: qui mi vogliono ingannare, attenzione! Oppure sappiamo già in partenza che si tratta di merce di serie b, tipo prodotti in scadenza o in qualche modo “fuori”: fuori moda, fuori stagione, fuori tutto.

La gratuità e la retribuzione hanno delle aree proprie di esistenza, che non possono contaminarsi: le opere di bene sono gratuite, le merci sono retribuite; si dà gratuitamente a chi è bisognoso, ma in condizioni “normali” va tutto normalmente “retribuito”.

Se la retribuzione entra nell’area del gratuito, è uno scandalo. Se il gratuito entra nell’area della retribuzione, è un inganno. L’idea di un missionario che si facesse pagare per soccorrere un malato grave in un misero villaggio lontano, ci fa inorridire. Una persona che ci dice che vuole regalarci la sua casa, ci mette in allerta.

Le parole dono, gratuità, regalo, rimangono ambigue, per certi versi oscure, tranne che a Natale… Momento che il capitalismo ha saputo sapientemente convertire in profitto!

Eppure ciò che di più prezioso abbiamo, la vita, ci viene donato, e nei primi anni, nelle braccia dei nostri genitori, tutto ci viene offerto gratuitamente.

Nelle aree in cui non è lecito ricevere doni, ci si affanna per aumentare il proprio profitto, guadagnando più che si può e cercando di spendere il meno possibile.

Questo discorso potrebbe forse innestare discussioni su leggi economiche e teorie di economisti, ma non è questo lo scopo.

Vorrei invece invitarci tutti ad aprire le nostre menti, fino ad ammettere onestamente che le leggi economiche sono state inventate da persone umane, e riguardano un’economia specifica (quella legata alla grande produzione industriale) e non l’economia umana in generale. Mi sembra anche che nella nostra cultura, si tenda a focalizzarsi sulle teorie e sulle leggi, perdendo di vista l’uomo che le ha formulate, per arrivare a dichiarare perentoriamente: “l’economia funziona così”, senza più ricordare che è stato l’uomo a creare quel funziona così, e che se è stato libero di crearlo, è libero pure di discrearlo.

Questo scritto è un semplice spunto per invitarci ad andare oltre la visione economica che ormai ci sembra scientificamente imprescindibile, e a provare a considerare cosa accade dentro di noi, che tipo di concezione di ricchezza e benessere siamo indotti automaticamente a vivere e realizzare, seguendo e materializzando questo tipo di economia.

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L’economia di mercato, in cui lo scambio dei beni avviene attraverso un prezzo imposto e il relativo pagamento in denaro, innesca una forma mentale, una rappresentazione interiore di noi stessi, degli altri, della vita e del mondo, che ci fa concepire e vivere la ricchezza in certi modi piuttosto che in altri.

Veri e propri paradigmi sottintesi, che diamo per scontati, tanto da corrispondere alla nostra normalità, e che stanno alla base del nostro stile di vita quotidiano.

Innanzitutto la ricchezza viene vista come qualcosa che non è disponibile per tutti: la ricchezza è qualcosa di finito e limitato, ed è normale che se qualcuno ha, qualcun altro non ha.

Se ciascuno tenta di spendere il meno possibile e guadagnare il più possibile, ciò che si va a costruire nella nostra mente è la visione di una comunità in cui per qualcuno c’è di più e per qualcun altro c’è di meno, e non può esserci una prosperità collettiva.

Questo provoca inoltre una diffidenza di base fra le persone: io voglio maggiore profitto, perciò tutti gli altri intorno a me sono potenzialmente dei nemici che non mi consentono di avere di più perché anche loro vogliono di più.

Inevitabile la competizione: il mercato è una gara per avere prima e di più.

Inevitabile l’ansia di sopravvivenza e il senso di precarietà, per chi nella gara si classifica agli ultimi posti.

Ricchezza è sinonimo di avere, beni e denaro. Non riusciamo nemmeno ad immaginare (se non a livello teorico, poetico e religioso-spirituale) che la ricchezza potrebbe essere altro dall’accumulare denaro e beni, e a questo accumulo colleghiamo inevitabilmente stabilità, serenità e di conseguenza almeno un certo tipo di felicità.

Dare e ricevere non vengono concepiti come movimenti di un unico flusso, e preferiamo di gran lunga ricevere denaro piuttosto che darlo.

Anche se in questo sistema economico, per acquistare un bene o un servizio è giusto pagare, e non pagare è un crimine definito furto, in genere non si paga volentieri. E’ presente una sensazione sottile di perdita, quando si paga. Paghiamo, sappiamo che è giusto pagare, ma nell’atto di dare i soldi, non lo facciamo con generosità, ma cercando di trattenere. Ci sembra che dare diminuisca la nostra ricchezza.

Si dipinge un’atmosfera in cui scarseggia benevolenza reciproca, in cui, se non rubiamo materialmente, rubiamo interiormente, non volendo che la nostra ricchezza circoli fra le mani di altri, ma rimanga presso di noi, accumulandosi.

C’è un egoismo tacito e onnipresente che sta alla base di questa visione economica. Invidia e gelosia per chi ha più di me, e ribrezzo e rifiuto per chi non ha abbastanza, sono sentimenti che spesso emergono quando si volge lo sguardo agli altri.

Perdiamo di vista completamente che la sicurezza e la prosperità sono un fatto collettivo, e che io posso stare davvero bene, se bene sta anche il mio vicino di casa. Il mio benessere non può essere stabile e completo se finisce entro i confini della mia realtà: se in una comunità tutti stanno bene e sono soddisfatti, di rimando tutti stanno meglio e si sentono al sicuro, nelle relazioni come dal punto di vista materiale.

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L’economia di mercato, con propaganda mirata, attenta e costante, ci convince che occorre affannarsi ad accumulare e a soddisfare unicamente i nostri bisogni personali, o della nostra famiglia, per raggiungere sicurezza e serenità. E riesce a convincerci perché al centro della nostra percezione di benessere ci sono i beni.

Ci sembra non ci sia alternativa, se non utopicamente.

Eppure ci sono culture che praticano interessanti alternative. E ci riescono perché al centro della loro percezione di benessere ci sono le persone.

Rimango sempre esterrefatta quando mi accorgo di come la paura di perdere sia sempre presente nel modo in cui viviamo la nostra economia. Non importa quanto denaro si abbia: chiunque tende ad essere più o meno ossessionato dalla possibilità di perdere, dal dover avere qualcosa da parte, dover accumulare. Si tratta solo di cifre diverse, ma sempre siamo orientati al “di più”. La condivisione è un concetto che ci appare del tutto estraneo alla sicurezza e al benessere.

La nostra educazione economica occulta un’importante verità: la ricchezza, prima di essere materiale, è uno stato interiore: quanto siamo ricchi in pratica, dipende da quanto ci sentiamo ricchi. Ci sono persone che hanno montagne di soldi e beni, ma vivono da miseri, nella paura e nell’affanno di non dover perdere.

Se ci sentiamo ricchi, anche la ricchezza prettamente materiale diviene espressione di prosperità, abbondanza, oserei dire di gloria divina.

Se mi sento ricca, posso aiutare sempre gli altri, indipendentemente dalla quantità di beni o di soldi che ho. Solo se mi sento ricca, posso godermi pienamente quello che ho, perché godere ha a che fare col lasciarsi andare, sentirmi sicura, avere fiducia. Se mi sento povera, vivrò miseramente, risparmiando anche i sentimenti, lesinando la generosità, anche verso me stessa, indipendentemente dalla quantità di beni o di soldi che ho.

Se mi sento ricca, ho le forze e l’entusiasmo per dedicarmi alle mie passioni, per contribuire a fare star bene gli altri, e desidero che il benessere si propaghi.

Se non mi sento ricca, sento di non avere abbastanza spazio per esistere nel mondo, mi sento violata, invasa da chiunque, sento di dover erigere difese, di dover combattere e conquistare, di dover vincere qualcuno per poterci essere io. Se non mi sento ricca, la mia ricchezza prettamente materiale diventa miseria, vincolo, separazione, confine, diffidenza, difesa, corazza, odio, prigione, schiavitù, mortificazione della vitalità.

Sentirsi ricchi significa, in poche parole, sentire di poter dare senza limiti, e sentire di poter ricevere senza limiti.

Sentirsi ricchi ha a che fare con due sentimenti immensi e grandiosi: la gratitudine e la generosità.

La gratitudine consente di ricevere liberamente, la generosità consente di dare liberamente.

Ciò che coltiva questi due sentimenti di ricchezza, è il dono.

Siamo alla cassa di un negozio e diamo i soldi per pagare quanto stiamo acquistando. Non occorre provare gratitudine, perché ricevere ci è dovuto in virtù del prezzo imposto: l’obbligo di pagare una cifra che non posso discutere, genera l’obbligo conseguente di ricevere. Quasi non ci accorgiamo della persona alla quale paghiamo, e in genere invece di guardare lei, controlliamo il resto.

Cosa accadrebbe se inaspettatamente, la persona alla cassa ci dicesse: “Questo è un mio regalo personale per lei, la prego di accettarlo”?

Un dono richiede prima di tutto di essere accettato, cioè di aprirsi a ricevere. E ricevere non è un obbligo, è una libera scelta. Quasi certamente, guarderemmo questa persona negli occhi, riconoscendone il valore umano. Accettare un dono significa onorare la persona che ce lo porge. Ma anche fare un dono, significa onorare la persona a cui lo offriamo: quindi ci sarebbero due persone che si danno vicendevolmente valore.

Guarderemmo questa persona con gratitudine. Dal ricevere con gratitudine nascerebbe spontaneo il desiderio di ricambiare.

Ricambiare è un atto di libera scelta, originato dall’interno di noi, non imposto dall’esterno.

L’impulso spontaneo a ricambiare, irrorato di gratitudine, apre alla generosità.

La bellezza incredibile della gratitudine è che è un sentimento che non si declina in uno spazio o in un tempo, proprio come l’amore: si può essere grati ad una persona per tutta la vita, e nutrire sentimenti di benevolenza verso di lei costantemente. Poter serbare e diffondere sentimenti di questo tipo, non è forse una grandissima ricchezza?

Acquistare un bene ci focalizza sul valore relativo di un oggetto materiale e caduco; riceverlo in dono ci focalizza sul valore assoluto e imperituro della vita, onorata dal gesto di una persona vivente verso di noi. Cambiano le priorità, cambia la percezione. La prospettiva dell’avere è completamente diversa: è illuminata dall’essere. C’è più vita, c’è più benessere, c’è più energia. Vivere con il cuore colmo di vita, sentirsi traboccare di riconoscenza verso gli altri, sentirsi invasi dalla bellezza dell’universo e sentirsi infiniti, tanto da poter esprimere tutta la bellezza che è dentro di noi, non è forse una grandissima ricchezza?

Sentirsi pieni di energia, tanto da riuscire a fare tutto quello che desideriamo, non è forse una grandissima ricchezza?

Sentirsi in connessione con gli altri, non sentirsi mai soli, non è forse una grandissima ricchezza?

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Nell’economia del dono, dare e ricevere si liberano dal giogo dell’obbligo, e si fondono in un unico movimento, che è insito della natura dell’universo, e quindi anche nella natura umana. Dare e ricevere riconquistano libertà, fluidità, attraverso la quale le persone possono esprimersi pienamente, lasciandovi scorrere se stessi.

Nell’economia del dono, si riceve in dono ciò di cui si ha bisogno. Il dono è fatto con generosità, e con la consapevolezza che donando, genero ricchezza. Il dono viene accettato, con riconoscenza e con apertura al goderne: in alcune culture avviene con un rito che ne celebra tutta la bellezza. Ricambiare avviene con generosità e benevolenza, in base al valore di quanto ricevuto e in base a quanto si sente di poter dare. Si può ricambiare senza limiti di tempo e spazio, quando e come si sente di poterlo fare.

Certo, può volerci tempo per guarire dalla squallida scarsità di sentimenti a cui siamo stati educati, e dall’egoismo che ne scaturisce. L’economia del dono ci guida a disimparare il paradigma della miseria e a vivere la ricchezza.

Lo spettro della crisi, dipinto a larghe pennellate da un’informazione accanitamente dettagliata, il terrorismo dell’insicurezza economica, del tutto simile al monito medievale ricordati che devi morire, ci abbattono, ci scoraggiano, ci tolgono vitalità e luce, ci convincono che siamo poco e poco possiamo, ci identificano nella miseria. Così smettiamo di aiutarci, di avere cura degli altri: smettiamo di dare e, dunque, di ricevere. E la miseria, da stato di coscienza si tramuta in realtà concreta.

Penso sia possibile uscire da questo circolo vizioso, rinunciando ad obbedire alle sue leggi economiche, ignorandolo, non prendendolo sul serio, smettendo di arrapinarsi per conquistare un ideale benessere che si allontana inesorabilmente.

L’economia del dono non è utopia, perché esiste già. Esiste ogni volta che una persona sblocca il proprio dare-ricevere, lo libera dalla paura e dalla subdola sensazione di miseria, e lo eleva ad espressione della propria ricchezza umana.

Esiste come legge fondamentale della natura, che offre con infinita grazia le sue risorse ai bisogni della vita.

Esiste come legge fondamentale della vita, generata nel dono.

A Disimparando s’impara, la via del disapprendimento che offriamo come territorio di crescita per chi vuole accogliere la sfida di trasformarsi al di fuori degli schemi culturali e sociali, iniziamo con un piccolo passo decisivo. L’edizione del 2018 avviene nell’economia del dono.

È tempo per noi di Disimparando, di smettere di sederci a discutere di cambiamenti, e cambiare davvero.

Auguro a tutti noi di scoprire che la ricchezza, ancor prima di avere, è una qualità dell’essere. Invalicabile.

Siamo ricchi, perché siamo umani.

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