Come diventare ricchi senza lavorare

Una possibile via di liberazione attraverso il rapporto col denaro

di Igor Niego

Forse a qualcuno potrà sembrare strano considerare proprio la gestione del denaro come una pratica spirituale; qualcosa, quindi, attraverso cui evolvere la propria interiorità.

A differenza di quelli che considerano la mancanza di soldi il motivo per cui non riescono a realizzare ciò che vorrebbero nella vita, per altri il denaro può essere invece un fedele angelo custode. Io potrei mettermi in questa categoria insieme a tutti quelli che, sebbene non abbiano rendite, il denaro non tiene in ostaggio chiedendo un tributo del proprio tempo troppo alto. Cosa è accaduto nelle vite delle persone che si sono sentite sempre generosamente protette e sostenute dal denaro pur non provenendo da famiglie danarose? Quelle persone a cui i soldi sono arrivati sempre nei momenti giusti, non appena stavano per finire? Solo fortuna? Incidentalità o sincronismo? Ho fatto esperienza del fatto che queste persone esistono e non sono così poche, e più riuscivo a vivere questa dimensione del denaro, più tendevo ad incontrarle per ispirarmi a loro e scoprire come fare a non rinunciare a niente di veramente importante nella vita, pur non disponendo di grandi cifre per realizzare i miei progetti. Sicuramente questo tipo di persone sono una minoranza rispetto alla media che sente la propria vita stretta nella morsa del denaro, ma forse il problema è che veramente ancora poche persone si concedono di concepirsi – prima di tutto interiormente – qualcosa di diverso dalla media. Così, continuando a limitare fortemente le possibilità che offrono i propri sogni, limitano l’aspirazione alla bellezza del vivere, aspirando più che altro al denaro, pensando che da esso scaturisca la bellezza. Io credo che sia più vero il contrario, che solo attuando tutta la bellezza della vita possa scaturire una concreta economia della felicità. Siamo nati e cresciuti nella dicotomia tra etica e denaro e questo ci blocca, perché il modello dominante ci ha insegnato che saperci fare col denaro significa interessarci molto di più all’utile raggiunto che a ciò che abbiamo vissuto durante il percorso che ci ha portato al risultato. Sono nato e cresciuto nell’idea che per guadagnare denaro dovessi essere disposto a rinunciare alle cose per cui provo piacere. Rinunciare all’essere in nome del fare.

L’invenzione del denaro ha avuto una sua evidente praticità nell’economia ma fin dall’inizio è stata contaminata da tutte le psicosi umane. Il denaro, privato subito del suo valore sacro, è diventato il simbolo della brama materiale, e questo è stata la sua condanna, e quindi anche la nostra.

Credo che il denaro sia un’entità che ha bisogno di essere onorata e lasciata libera da sentimenti di ansia, cupidigia, paure e sensi di colpa. Così il denaro potrà essere celebrato, per guarire e guarirci, potrà realizzare destini per l’umanità diversi da quelli a cui finora è stato relegato. La presenza di molto denaro è una particolare manifestazione dell’abbondanza, ma non l’unica, anzi spesso è solo una sua degenerazione. In realtà abbondanza e ricchezza sono un’attitudine dell’animo umano che può scaturire solo dal cuore e non è quantificabile in cifre. Piccole cifre di denaro possono portare grande felicità, prosperità e soddisfazione; per gli accumulatori seriali di denaro invece, grandi capitali non sono mai abbastanza. Se l’abbondanza non viene dal cuore allora si chiamerà avidità o attaccamento al denaro, che corrisponde alla miseria interiore.

L’abbondanza interiore è la facoltà di moltiplicare il valore di ciò che si ha a disposizione (valorizzare), senza concentrarsi su ciò che manca, ma godendosi al massimo ciò che c’è. Questo è il significato simbolico più importante del miracolo evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Potremmo così formulare la legge dell’abbondanza: “se tutti condividono ciò che hanno, tutti hanno di più” anziché “più tolgo agli altri e più ho per me”.

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Secondo una visione subdolamente “penitente” – molto più diffusa di quanto riusciamo ad accorgerci – la sopportazione della “sventura” di non avere molti beni materiali, è la “virtù del sacrificio” con cui il sistema economico dominante coltiva in noi frustrazione e schiavitù. Su questa frustrazione di massa si fonda il grande successo dell’industria pubblicitaria. In tempo di crisi economica il modello consumistico non viene messo in discussione più di tanto ma svolge ancor di più la sua funzione consolatoria. Basti pensare che, ad esempio, in tempo di crisi slot-machine, lotterie e scommesse aumentano i loro incassi (gli ultimi dati concessi parlano di introiti dal “gioco lecito” pari a 96 miliardi di euro all’anno solo in Italia).

Nell’era consumistica trasformare la cosiddetta crisi economica in regale povertà è il lavoro interiore più nobile, che passa attraverso la sovranità del proprio tempo, da sostituire alle varie forme di cattività che sono gli impieghi da lavoratore dipendente o da libero professionista. Anche la libera professione infatti, così com’è comunemente intesa, può essere considerata comunque una prigione in cui al carcerato viene data la chiave della cella. Evadere da questo meccanismo che rende sempre più clandestina una genuina ed etica attività di sussistenza ci richiede una capacità di reinventarsi che è la più grande opportunità della nostra brevissima vita.

Sono sempre di più le persone che hanno deciso di non esercitare un gran controllo sui propri flussi di denaro; piuttosto, con tanta gratitudine, si affidano ad esso e sentono di ricevere sempre molto. Tra questi ci sono professionisti che lasciano ottime carriere e grandi guadagni in nome di un diverso tipo di sicurezza più legata alla ricerca di se stessi. Vivere l’abbondanza in tempo di crisi vuol dire liberarsi di molti dei bisogni compensatori che il sistema economico dominante vuole farci credere che siano bisogni primari. L’attitudine alla condivisione è in realtà ciò che ci permette di disporre e usufruire di molti più beni di quanto il sistema economico basato sulla proprietà privata ci conceda. Per esempio solo iniziando a viaggiare nel mondo ho potuto scoprire quante siano le persone che hanno lasciato molte o addirittura tutte le sicurezze economiche per affidarsi alle proprie capacità di creare un’economia di sostentamento, muovendosi nel mondo anche per decine di anni e anche con tutta la famiglia, bimbi di ogni età al seguito.

Ad esempio ho percorso un pezzo del mio viaggio con una famiglia che ha sperimentato una particolare forma di nomadismo: in 2 anni di viaggio in Italia e in Asia, liberandosi di una casa propria con tutte le spese che una casa comporta, ha goduto, come ospite, di oltre 200 case diverse. Ditemi questa se non è ricchezza! Era una famiglia tutt’altro che indigente e disagiata, come molti potrebbero pensare. L’esperienza di conoscere a fondo questa famiglia mi ha insegnato che avere tempo per investire energie nelle relazioni umane può produrre molto più benessere che lavorare per guadagnare soldi. Soldi per pagarsi una casa che poi finisce per essere solo un dormitorio perché rimane molto spesso vuota 8/9 ore al giorno, ore impiegate per fare un lavoro che la maggior parte delle volte non piace a chi lo fa. Ma non è così normale fare un lavoro che non piace!

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Tutti nascono senza alcuna separazione da tutti i beni del mondo, ma in questo sistema economico, così scarso di spirito del dono e della condivisione, tutti imparano ad appropriarsi del denaro in modo competitivo, senza sapere che così facendo in realtà si stanno privando del vero benessere, trovandosi umanamente isolati, con l’unica compagnia dei propri soldi, pochi o molti che siano a questo punto non ha più importanza.

L’abbondanza è un’energia pulita, sacra, divina, creatrice e creativa, quindi non è mai la persona ad avere bisogno di soldi ma è l’abbondanza stessa che è naturalmente attratta da lei per riprodursi come si riproduce e si rigenera una foresta. L’universo non deve pagare la bollette a nessuno per la fornitura dell’energia. L’energia è intrinseca nella materia, così come la ricchezza tra gli uomini; basterebbe lasciare che si propaghi. Trattenere le risorse per commerciarle diffonde invece scarsità. Non c’è nessuna crisi, le ricchezze ci sono sempre solo che non arrivano alla gente.

Basta osservare la fioritura in primavera o un cielo stellato per comprendere quanto la natura sia tutt’altro che avara: trova il modo di rigenerare se stessa in maniera tale che il minimo impiego di energia realizzi illimitata prosperità. Una foresta si riproduce da sola, gratuitamente, così come potrebbe proliferare intorno a noi la ricchezza, ma ci vuole un approccio sereno e fiducioso verso l’economia del dono che è l’alternativa alla logica di scambio dell’economia mercantile nata parallelamente al patriarcato. Se c’è disponibilità di ospitare nella propria vita la prosperità, allora i soldi arriveranno sempre nella misura in cui servono, né un centesimo in più, né un centesimo in meno. L’importante è non identificare la quantità di denaro, e il potere che generalmente gli viene attribuito, con il successo o il fallimento di sé. Per far sì di non temere la mancanza di denaro è bello fare l’esperienza di vivere con meno soldi possibile, così come può essere utile fare esperienza di far passare tanti soldi per le proprie mani, ma con l’abilità di deviare dai percorsi obbligati in cui facciamo ricadere il denaro. I soldi non hanno alcuna valenza morale di per sé, assumono la valenza che viene trasmessa loro dalle mani di chi li muove in quel momento. Il denaro non è immorale, è amorale. Usando espressioni come il vil denaro o lo sterco del diavolo, continuiamo ad attribuire al denaro le peggiori caratteristiche dell’animo umano, e impediamo ai soldi di liberarsi di un significato con cui lo abbiamo troppo caratterizzato. Potremmo incominciare a parlare di denaro con un sentimento più tenero ed affettuoso.

E se invece pensassimo che il denaro non lo si può guadagnare, ma solo adottarlo per metterlo in rete, per immetterlo in un circuito di economia solidale? Che il denaro si può pulire pulendo il rapporto che si ha con esso? Che il denaro può essere trattato in modo giocoso e divergente come fa l’originaria innocenza dei bambini? Dimenticando l’aspetto giocoso della vita il denaro si prende gioco di noi, ci userà, e ci strumentalizzeranno tutte le persone che usano il denaro per dominare. Se liberiamo il denaro dal senso del dovere non dovremmo più pensare a come guadagnarlo, piuttosto penseremo a come attivarlo in maniera creativa per generare felicità. Il denaro si purifica cominciando dal fare sempre più attività di cui si prova desiderio e passione. Si purifica anche smettendo di usarlo come alibi per non cambiare il proprio stile di vita se si è insoddisfatti.

A livello individuale è solo il non sentirsi degni che respinge l’abbondanza. Andare a scoprire cosa c’è di nascosto dietro questa svalutazione di sé che porta scarsità materiale è un lavoro sulla conoscenza di sé, inizialmente molto scomodo perché ci mette in contatto con i nostri dolori rimossi, ma poi ci porta a guarire tutte quelle ferite emotive che ci tengono nella miseria.

E se ci liberassimo definitivamente da questa illusione di sicurezza materiale con cui il sistema economico vuole illuderci? Il lavoro finirà di pari passo al rapido sviluppo dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Una rete solidale di relazioni umane è l’assicurazione o la pensione più alta in cui possiamo investire. Io, come altri, ho inventato molte attività economiche che scaturivano direttamente dalle mie passioni, ed ho osato investire in progetti che non sapevo come sarebbero andati, perché nessuno prima aveva fatto qualcosa di simile. E se sempre più persone smettessero di andare in giro a cercare qualcuno che gli concedesse un impiego a patto di presentare titoli di studio, certificazioni o attestati? E se si incominciasse a dare più valore a ciò che uno veramente sa fare e ha fatto, visto che la burocrazia non ci riesce? E se smettessimo tutti di rinchiuderci in un lavoro fisso che non ci permetta di viaggiare per conoscere il mondo? E se ci guardassimo bene da questa strana consuetudine di lavorare 8 ore al giorno separandoci dalle infanzie sempre più precocemente istituzionalizzate dei nostri figli? E se non dovessimo più aspettare la concessione delle ferie per assaporare la vita? E se diventassimo tutti scollocati volontari per rompere ogni identificazione con il ruolo lavorativo in cui la mentalità dominante vorrebbe incasellarci? Non perdiamo l’occasione che ci offre la nostra vita di veicolare senza un secondo fine e attraverso il nostro esempio un messaggio evolutivo per l’animo umano. Anziché investire tanto nella pubblicità commerciale per i servizi professionali che offriamo, occupiamoci di divulgare attraverso il nostro operato i valori della vita che troviamo più urgenti; saranno coloro che diventeranno i nostri cosiddetti “clienti” a proporci delle forme di scambio sostenibili che consentano loro di usufruire della nostra arte di saper fare ciò che davvero ci ispira per entusiasmarci della vita. Non starete mica pensando che chi ci è riuscito sia un essere superiore agli altri o che sia casualmente più fortunato degli altri? Sono sicuro che chi vuole può cambiare, può sentire meno utopici i propri sogni nel cassetto, non ha scusa esterna a se stesso: può avere tempo e risorse per diventare strumento di prolificazione dell’abbondanza senza più lavorare, ma finalmente vivendo a pieno la semplicità della propria vita prendendosi cura di ciò che più ama fare. E così liberando sé, si incomincia a liberare il mondo, al punto che forse, un giorno, l’uso della moneta non dovrà per forza far parte di così tanti aspetti della nostra vita o, addirittura, si estinguerà del tutto.

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